#12. One photo a day nr 11 – What The Water Gave Me

Dopo innumerevoli discussioni mai concluse sentivo che avevo bisogno di far chiarezza.
Il mondo è un posto bellissimo, pieno di ispirazione, ma spesso la sua pienezza è devastante. Ti prende e ti ribalta da una parte all’altra. E’ come sentirsi travolti da enormi onde, mentre l’assenza di fiato ti implora di tornare a galla.

Quando è così ho sempre la necessità di silenzio, di familiarità e di sicurezza.

Una mattina ho lasciato che tutti i miei impegni corressero senza di me, continuassero a travolgere qualunque cosa.
Io non ero in quell’onda. Avevo bisogno di estraniarmi, cambiare prospettiva, vedere le cose dall’esterno.

Nonostante metaforicamente sia facile, cambiare inquadratura, chiudere gli occhi ed essere pronti a guardare con occhi nuovi non sempre ci è concesso.
Non sempre ce lo concediamo. Talvolta preferiamo stare in quell’onda, lasciarci travolgere, boccheggiare a vuoto.
Talvolta siamo convinti di non avere le forze per uscirne.

Proprio quando mi stavo lasciando travolgere anche dai problemi minori, ho deciso di prendere la mia decisione, il mio spazio, il mio tempo.
Uscire dall’acqua con quel poco di forze e fiato che mi rimanevano. Uscire e prepararmi per rientrare, per affrontare con una nuova coscienza il problema.

Così, una fredda mattina di Novembre sono andato al mare, lasciando tutto e tutti.
Ho camminato lungo il bagnasciuga per chilometri. Granello per granello gli ostacoli, i problemi, le scelte difficili si infiltravano nelle mie scarpe. 
Inizialmente ho lasciato correre, non mi rallentavano, poi hanno iniziato a diventare scomodi facendo sì che ogni passo fosse fatto con più coscienza.
Spesso andiamo avanti, cresciamo senza accorgercene finché è tutto semplice e familiare, ma poi ci troviamo a valicare terreni ostili in cui i nostri passi non sono più così sicuri. 

Ricordo che ad un certo punto avevo le scarpe così piene di sabbia che andare avanti era troppo scomodo e difficile, quindi mi sono seduto.
La prima cosa che feci fu guardarmi indietro per vedere quanta strada avessi fatto. Senza accorgermene, perso nei pensieri, avevo camminato per chilometri.

Iniziai a sentire il caldo della fatica ed il vento pungente che finora avevo ignorato. Spensi la musica nelle mie orecchie. Ascoltai.
Lo scrosciare dell’acqua davanti a me, l’infrangersi  smussato delle onde in lontananza e quello più chiaro di quelle più vicine. La schiuma che ribolle affievolendosi.
Smisi di pensare. Avevo il sole negli occhi ma non era fastidioso. Riscaldava la pelle e, attraverso gli occhi, riusciva ad arrivare all’interno, dove spesso nemmeno le parole possono.
Ero lì, in quel momento, da solo in un raggio di chilometri. Io e l’acqua. 
Non so per quanto sono rimasto a fissarla, pensando a quanto i miei problemi, come quelle onde, mi stessero travolgendo.

Cambiai nuovamente punto di vista.
Chiedendomi se, come l’acqua, la mia vita non sia un ripetersi di occasioni ed eventi. Alcuni arrivano a riva, portando con sé un pezzo di terra, un ricordo, un’impronta. Altri invece s’infrangono, andando ad alimentare un’onda più potente che riesce nei suoi intenti.
Ho deciso di alimentare le mie onde, di sforzarmi maggiormente per raggiungere
i traguardi che, come la spiaggia, sono così vicini ma sembrano irraggiungibili.

Questo è ciò che l’acqua mi ha dato.

Il mondo è così pieno di lezioni. E’ carpirle il difficile.
Riuscire a trovare analogie con se stessi e con se stessi e basta.

Questo è ciò che l’acqua mi ha insegnato.

(tutte le foto sono scattate con l’iPhone)

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