#11. One photo a day nr 10 – Hold on to your Kite

Qualche giorno dopo, il fotografo che incontrai a quella cena mi chiamò per un lavoro che avrebbe dovuto compiere il pomeriggio stesso.
Non potevo che esserne contento, tuttavia lo stesso giorno tutta la famiglia si riuniva per festeggiare il compleanno di mia madre, mio padre e mio zio.
La scelta non fu facile. Cercai subito di chiamare i miei genitori per consultarmi con loro, ma non risposero a nessuna delle diciassette chiamate.
Ero io e l’opportunità che aspettavo silenziosamente da una vita. Io e la sensazione di mancare di rispetto a chi mi ha dato tanto non presentandomi al pranzo.
Ero io e basta.

Presi il cellulare e chiamai il fotografo, accettando il lavoro e cercando di tenere a bada l’entusiasmo.
Ricordo che mi preparai in fretta e, una volta rintracciati i miei genitori, gli diedi notizia della decisione che avevo preso.
Poi andai al luogo dell’incontro, io ed il fotografo ci incontrammo in un bar dalle fattezze antiche, ma pregiate, aspettando il nostro soggetto da fotografare: un rider molto famoso per una nota marca di abbigliamento ed attrezzatura di Kitesurf.
Nel frattempo parlammo del più e del meno, ritrovando la stessa confidenza che alla cena -qualche giorno prima- era stata creata anche grazie al vino.
Mi chiese se fossi disposto ad un’eventuale collaborazione, dopo un’adeguata preparazione.

Io, il ragazzo il cui profilo facebook conta oltre 7000 fotografie, ero là.
Ricordo che dovetti dirmi più volte che c’ero io là, a quel tavolo di quel bar, davanti a quel personaggio con i grandi occhiali rossi ed i capelli disordinati a ricevere proposte e mezzi complimenti.

Sono sempre stato un tipo molto emotivo, alla fine, e per tutta la giornata ricordo che pensavo ad una parte dell’ultima frase de “Memorie di una geisha” che riadattavo a me stesso. Pensavo 

“Eppure apprendere la gentilezza dopo tanta poca gentilezza,
capire come un bambino con più coraggio di quanto creda
trovi le sue preghiere esaudite, non può chiamarsi
Felicità?”

 Finii di lavorare verso le due, e partii subito per la montagna.
Arrivai che l’intera famiglia aveva già finito di mangiare. Non volli raccontare più di tanto delle proposte, dei complimenti e del lavoro. Dissi il minimo indispensabile, non era il posto né il luogo per parlare di me. Non era il mio giorno.

Ricordo -non sono cose che si scordano- che quando arrivai, mia madre si alzò dal tavolo in giardino
e venne ad abbracciarmi, felice che ce l’avessi fatta.
Mi avevano conservato del cibo e una fetta di torta.

Aspettarono me per scartare i regali.
Poi la serata, nonostante ogni mio tentativo, passò veloce.

C’erano tutti.
Anche Ego stava sotto il tavolo con noi, è facile lasciarsi andare in questo clima, in quella casa.
Quando vedi gli occhi di mia madre, pensai, lo capisci.
Lei è la Forza.
Nonostante ogni sacrificio che la vita le ha imposto, ha continuato a darci amore.
Vedere i suoi occhi in quella casa, nel nostro nido, ti fa capire quanto fortemente l’abbia desiderata, 
ogni piccola soddisfazione che le dà è una piccola ricompensa per quel sacrificio.
E lo puoi vedere nitidamente.

Mia madre è sempre stata una da grandi discorsi,
ma io non sono mai stato un buon ascoltatore.
Come fotografo e biologo, io sono un osservatore.
Imparo guardando, vivendo.

E guardando gli occhi di mia madre ho capito che non serve a niente inseguire il successo
senza essere preparati ad accollarsi oneri e sacrifici.
Solo affrontandoli, stringendo i denti e -talvolta- lanciandosi nel vuoto
come un kitesurfer aggrappato al suo kite 
si può tastare il vero successo.

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